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Marina Sereni: La sfida progressista

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Avevo comprato e letto il libro di John Podesta prima di sapere da Lapo Pistelli che sarebbe venuto in Italia in occasione delle nostre Feste. Ho avuto modo di incontrare Podesta, nella sua veste di Presidente del Center for American Progress, prima da responsabile della politica esteri dei Ds nel periodo 2001-2005 per alcuni seminari organizzati congiuntamente dal Pse e dai Democratici americani, poi, più recentemente, in occasione di un mio viaggio di studio a Washington all’inizio della campagna per le primarie democratiche. Ricordo che in quel momento, quando tutti prevedevano una schiacciante vittoria di Hillary Clinton, solo lui, legato senza dubbio ai Clinton per l’importante esperienza di capo di gabinetto alla Casa Bianca, mi disse che la candidatura di Obama era molto forte e che la competizione sarebbe stata aperta fino alla fine.

“L’America del progresso” (ed. Marsilio) è un lavoro molto interessante che offre una pluralità di spunti e di chiavi di lettura.

La prima senza dubbio riguarda la storia personale di John Podesta, emblematica del “sogno americano”. “La mia – scrive – non è stata affatto una vita speciale.  Ma quello che ho imparato crescendo in una realtà etnicamente ricca nei quartieri a nord-ovest di Chicago è stato la chiave che mi ha permesso di completare il classico percorso multi generazionale iniziato scaricando banane da un vagone ferroviario e conclusosi con una laurea in legge incorniciata e appesa al muro.” Nonno paterno camallo che parte da  Genova per andare a lavorare come scaricatore di merci, nonno materno greco che apre un ristorante, Podesta cresce a Chicago in una famiglia operaia, studia, si impegna in politica spinto dalla sua storia personale e dalla sua fede cristiana. In tutto il libro le sue origini, la vicenda della sua famiglia e di altre famiglie come la sua rappresentano un filo conduttore ed una sorta di “spiegazione” del suo progressismo. “Non mi stupisco affatto di essere progressista”, dice all’inizio del libro, “ero nato per esserlo”. E ancora “il progressismo non l’ho imparato sui libri…. è frutto del mio background, e cioè di tutte le cose che ho assorbito in famiglia, nelle scuole che ho frequentato, in chiesa e sul lavoro”.

Il secondo punto di interesse che il libro di Podesta ci offre riguarda le caratteristiche della realtà progressista americana. L’autore ripercorre, in forma sintetica ma molto chiara, la storia del progressismo americano, dai primi movimenti populisti e progressisti a cavallo tra l’Ottocento al Novecento fino ad oggi. Ne emerge la complessità del pensiero e della concreta esperienza storica del movimento progressista negli Stati Uniti, la pluralità di apporti culturali, l’intreccio con i movimenti per i diritti civili, le differenze e le complementarietà tra il pensiero liberal e il progressismo. In questa parte del suo lavoro Podesta riesce a mettere in luce le costanti del progressismo americano: un forte ancoraggio ai valori, ai principi morali e religiosi e un grande pragmatismo. I discorsi di Roosevelt sullo stato dell’Unione nel 1941 e nel 1944, quello sulle “Quattro libertà” – libertà di parola e di espressione, libertà di religione, libertà dai bisogni, libertà dalla paura – e quello in cui lanciò la “Carta dei diritti economici” rappresentano ancora oggi per John Podesta le pietre miliari del progressismo. “Il principio fondamentale – scrive l’autore – secondo cui la libertà implica maggiori opportunità e un minimo di misure di sicurezza economica – cibo, casa, cure mediche, tutela della vecchiaia – resta ancora oggi al centro del progetto progressista.” “Maury Maverick, un esponente texano del New Deal, - continua - elaborò il ben noto concetto secondo cui la democrazia non è altro che “libertà e sacchetti della spesa”. Potrà sembrare una definizione poco raffinata ma è la migliore definizione della politica progressista in cui mi sia imbattuto finora”.

L’assillo di essere utili alle persone, di cambiare le cose, di migliorare la vita delle classi meno ricche e garantite sono al fondo della scelta politica di John Podesta e segnano tutta la sua esperienza fino agli anni, importantissimi, della Presidenza Clinton e del suo lavoro alla Casa Bianca. “La vera ragione per cui andavo d’accordo con Bill Clinton era che l’uomo aveva il mio stesso background progressista e il mio stesso atteggiamento pratico”. La terza parte del libro mette in evidenza infatti i risultati enormi della stagione di Clinton alla Presidenza degli Stati Uniti: nell’economia, nell’occupazione, nella difesa dell’ambiente, nel ruolo internazionale.  Altro che fine della storia e fine delle differenze tra conservatori e progressisti (tra destra e sinistra si direbbe in Europa)! In quelle pagine è chiarissimo che dopo il crollo dell’Unione Sovietica e di fronte alla globalizzazione  il compito dei progressisti è tutt’altro che esaurito: nuove sfide, nuove ingiustizie, nuovi terreni sui quali misurare la capacità di cambiare in meglio la vita delle persone.

Altrettanto efficace è – in parallelo – la critica feroce agli anni di Bush:” L’ideologia conservatrice, così come l’ha messa in atto George W. Bush, si è tradotta in una serie di insuccessi drammatici che hanno diviso la nazione, messo in forse la nostra sicurezza e intaccato la nostra reputazione agli occhi del mondo”. “Per uscire da questo disastro il futuro Presidente dovrà davvero mettercela tutta” – scrive Podesta. Ce la farà? Aggiungiamo noi. Sarebbe interesse non solo degli americani ma del mondo intero.

“L’America del progresso” sgombra il campo di molti stereotipi che credo alberghino nel senso comune di molti di noi italiani sulla politica americana e sui progressisti americani. Non è solo spettacolo, convention e tv. E’ governo locale e nazionale, è relazione con i movimenti e le realtà vitali della società, è capacità di tenere a bada poteri economici e lobby forti ed agguerriti. C’è poca Europa nel libro di Podesta – diceva Guido Moltedo alla festa di Torino dove qualche giorno fa hanno presentato il volume. Vero, segno di un certo  “isolazionismo” del pensiero politico americano rispetto a quello del vecchio continente. Tuttavia la  risposta di Podesta a questa provocazione è stata invece molto interessante: “Il solo fatto che sono qui – ha detto – testimonia il mio e nostro interesse a lavorare insieme al Pd e alle altre forze progressiste europee per affrontare le sfide grandi e inedite che abbiamo di fronte”

 
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