Ricordo come fosse oggi quel 9 maggio 1978, un giorno di grande dolore, ma privo di quell’angoscia che aveva attanagliato lo spirito a partire dal 16 marzo, giorno in cui furono sterminati gli uomini della scorta e Aldo Moro fu sequestrato.  Finiva tragicamente l’incubo dell’impotenza, la sensazione dell’ineluttabilità degli eventi, la minacciosa sensazione dell’accerchiamento: giorni cupi, angosciosi, trascorsi con gli amici del gruppo moroteo in un vano porsi di domande, di dubbi, di recriminazioni. Cominciava il momento dei ricordi, del rimpianto; si avvertiva giorno dopo giorno, il vuoto politico, la mancanza della lucida comprensione degli eventi caratteristica di Moro, si capiva che la storia del nostro paese stava cambiando verso perché venivano a mancare le prospettive di rinnovamento avviate dalla sua linea politica e una fase di involuzione morale e sociale, prima ancora che politica, stava sopravvenendo.

Ci dicevamo in quei giorni che l’assassinio di Moro avrebbe probabilmente portato, prima o poi, alla sconfitta definitiva (ma quanti lutti ancora avremmo visto!) dei terroristi, ma con la loro si sarebbe dovuta registrare anche la sconfitta di una prospettiva democratica essenziale per il paese. E così avvenne.   
Di Moro si ricorda, piuttosto banalmente, la grande capacità di mediazione, ma la sua era soprattutto una grande capacità di ricondurre a sintesi visioni politiche anche diverse ma capaci di essere interpreti reali delle esigenze popolari: avvertiva il rischio che una politica ispirata ai principi fondamentali della Costituzione lasciasse quasi solo nelle mani della opposizione la rappresentanza di queste esigenze.
Di qui il suo tenace impegno, negli anni ’60, per la costituzione del governo di centro sinistra con l’ingresso dei socialisti, e poi successivamente, in una mutata e più grave situazione storica dopo le elezioni del ’76, l’impegno per un reciproco patto di lealtà democratica e costituzionale fra DC e Partito Comunista.
Ma questa prospettiva aveva molti oppositori, interni e a livello internazionale: se e come questi oppositori si saldarono con le brigate rosse ad oggi, nonostante il grande lavoro svolto dalle commissioni parlamentari d’inchiesta e dalla magistratura, non è dato di sapere con certezza. Certo che solo con il raggiungimento di una piena verità il nostro paese potrà riconciliarsi con una storia che in tanti modi lo ha gravemente condizionato.
Oggi più che mai, soprattutto di fronte a comportamenti superficiali, improvvisati e irresponsabili di gran parte dell’attuale ceto politico, possiamo riconoscere che Moro fu un grande statista, un testimone credibile del cattolicesimo democratico, un uomo di fede e di cultura, di acuta sensibilità sociale. Avvertiva come pochi i mutamenti della società, le nuove esigenze, le aspirazioni dei giovani, il ruolo delle donne. Lo testimonia bene questa frase da lui pronunciata nel discorso al Consiglio nazionale della DC il 21/11/1968:
“Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai…
…noi desideriamo essere espressione di una società democratica, sensibile ai moti dal basso, pronti ad apprezzarne il valore, capaci di esercitare la nostra autorità di pari passo con il senso di responsabilità che nella vita democratica si sviluppa e costituisce la base del potere sociale. Vogliamo insomma camminare insieme con i singoli e con i gruppi, comprendendoli ed essendone compresi…”

Maria Pia Bozzo