Ieri sera alle 20.30 alla sala CAP si è tenuta l'Assemblea Provinciale del Partito Democratico di Genova, nella quale il segretario provinciale ha rassegnato le proprie dimissioni.
In allegato la relazione del segretario Alessandro Terrile.
Dopo la relazione, ed alcuni interventi, il Segretario Regionale Vito Vattuone è intervenuto per chiedere un aggiornamento dell'Assemblea al fine di concordare i prossimi passaggi con il livello nazionale.
L'Assemblea provinciale verrà quindi riconvocata nei prossimi giorni.

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ASSEMBLEA PROVINCIALE PD GENOVA DEL 3 LUGLIO 2017

RELAZIONE DEL SEGRETARIO ALESSANDRO TERRILE

Siamo dinanzi ad una sconfitta pesante, rotonda, storica.

Al primo turno il Partito democratico ha ottenuto 43.155 voti pari al 19,84%.
Alle Regionali del 2015, che fino ad oggi consideravamo il nostro minimo storico, il PD aveva ottenuto in Comune di Genova 48.641 voti pari al 24,85%.
Alle Comunali del 2012, avevamo raccolto 55.208 voti, pari al 23,88%.

I dati del secondo turno sono, per un certo verso, ancora più netti e politicamente rilevanti.
Marco Bucci recupera 23.713 voti e arriva a 112.398 pari al 55,24%.
Gianni Crivello cresce di 14.738 voti sul primo turno e chiude a 91.057 voti pari al 44,76%.
Tra i due lo scarto è di 21.341 voti.

Dicevo, politicamente più rilevanti perché al secondo turno Marco Bucci vince quasi ovunque.
Sulle 25 circoscrizioni, vince in 19 contro 6 in cui vince Crivello: Voltri, Pra, Pontedecimo, Rivarolo, Sestri ponente, Pre Molo Maddalena.
Se guardiamo i municipi, vinciamo di misura (tra il 50,3 e il 52,0 a Ponente, Medioponente e Valpolcevera). Perdiamo negli altri 6 municipi. Nel Mediolevante finisce 66% a 34%. Nel Levante 60% a 40%.
Nella circoscrizione di Albaro 71% a 29%. A Portoria 66% a 34%.
Perdiamo anche a Bolzaneto e Cornigliano. E in tutta la Valbisagno.

La sconfitta è netta. Tra il primo e il secondo turno recuperiamo 15.000 voti che non sono sufficienti a colmare il divario, che anzi si allarga. Passa da 12.000 voti al primo turno a 21.000 al secondo turno.

Davanti ad una sconfitta di queste proporzioni si possono assumere diversi atteggiamenti: fare finta di nulla, e continuare con la litania de “gli elettori non ci hanno capito”. Lasciarci cadere nell’isteria collettiva del tutti contro tutti per cercare i colpevoli.

Noi dobbiamo avere la maturità e la responsabilità di scegliere la terza via: quella della riflessione profonda su quanto è accaduto in Liguria negli ultimi anni, su quale è stato il nostro rapporto con l’amministrazione e con il potere in questi ultimi dieci anni a Genova.

La sconfitta merita una analisi onesta e collettiva delle ragioni per cui nel nostro territorio si è rotto - e non da oggi - un rapporto di credibilità tra il Partito Democratico e i cittadini genovesi.
La apriamo qui, oggi, questa riflessione, ma sono convinto che il luogo in cui debba essere portata avanti è un Congresso Provinciale straordinario, che permetta a tutti i nostri iscritti se lo ritengono di partecipare ad una discussione che deve mettere al centro gli errori che abbiamo compiuto, ma soprattutto le soluzioni.
E quelle soluzioni se saranno efficaci non saranno indolori, perché dovranno giungere alle nostre modalità di fare politica, al rapporto tra partito, circoli e società. Dovranno sciogliere interrogativi ai quali oggi rispondiamo con vaghezza o con stanchezza. I primi sono: chi rappresentiamo? Chi vogliamo rappresentare?

Dobbiamo discutere radicalmente delle modalità attraverso cui facciamo politica e anche il modo in cui facciamo campagna elettorale.

Dobbiamo, finalmente, farla con crudezza e fino in fondo questa discussione, senza permetterci il lusso di prendere scorciatoie.
Ve ne elenco alcune, come metodo di lavoro.

La prima scorciatoia: è colpa di Renzi e del clima nazionale. Il vento che soffia verso destra c’è in Italia e in Europa, abbiamo perso sostanzialmente tutti i ballottaggi nei capoluoghi di provincia, ad eccezione di alcune città in cui non governavamo e in cui potevamo essere percepiti come forza di cambiamento. Il Partito nazionale è apparso distante dalle competizioni amministrative, in termini di presenza politica e di contribuzione economica. Quattro giorni prima delle elezioni comunali a Genova e a Taranto il governo ha venduto l’ILVA. Nel giorno del ballottaggio abbiamo varato il decreto salvabanche. Ma questo argomento che a Genova si perde perché si perde in tutta Italia è un argomento fuorviante, che non ci permette di indagare a fondo le ragioni locali del voto, che si sono sommate al resto in proporzione determinante.

Seconda scorciatoia: è colpa delle alleanze. In questi ultimi tre anni il PD ha perso la Liguria, Savona, Genova e La Spezia, con quattro schemi politici molto differenti tra loro. Forse l’unico aspetto che unisce queste quattro sconfitte è la sconfitta per mano del centrodestra. Siamo andati alle Regionali e a Savona praticamente da soli. A Genova abbiamo tentato un alleanza ampia a sinistra. Con ogni schema, abbiamo raccolto poco.
Terza scorciatoia: è colpa di Crivello. Gianni Crivello ha fatto una campagna con passione, intelligenza, senza risparmio di energie. A Gianni abbiamo chiesto tutti insieme di candidarsi sindaco, assecondando proposte e raccolte di firme che ci venivano anche dai Circoli. A Gianni Crivello va il ringraziamento del Partito Democratico. Sarebbe tutto più semplice, se oggi potessimo dirci che abbiamo sbagliato candidato. Quello che si è rotto nel rapporto politico tra noi e la città è molto più profondo. E lo si è visto bene soprattutto al ballottaggio.
Quarta scorciatoia: è colpa degli Orlandiani, che avrebbero imposto una sterzata a sinistra contro il volere del gruppo dirigente nazionale. Non mi sottraggo alle mie responsabilità, come vi dirò tra poco, ma credo sia necessario ricordarci collettivamente qualche passaggio. Tutta la strategia di avvicinamento alle elezioni comunali non è solo stata condivisa all’unanimità dalla segreteria provinciale unitaria, ma sempre concordata con la segreteria nazionale, ed infine votata all’unanimità da questa assemblea. Voglio essere ancora più chiara, abbiamo condiviso con Matteo Ricci e Vito Vattuone la scelta di non fare primarie, e di convergere su Gianni Crivello,  Ed è stato sempre il responsabile Enti Locali nella segreteria nazionale a chiederci di lavorare ad ogni costo per la costruzione di una compagine ampia di centrosinistra.
Abbiamo commesso diversi errori. Non c’è dubbio. E sono convinto che la nostra analisi non possa fermarsi al percorso degli ultimi mesi, ma debba fare qualche passo indietro. Questa sconfitta è il secondo atto dell’esito delle primarie del 2012, quando un voto popolare che voleva punire il PD si è incanalato in un sostegno a Marco Doria. E ci ha permesso di vincere le elezioni comunali.
Già allora si vedevano i segni di un logoramento tra il PD, percepito come sistema di potere, e il corpo elettorale. Già allora si percepiva nettamente un giudizio non positivo verso la nostra amministrazione.
In questi cinque anni quel quadro è peggiorato progressivamente. L’amministrazione comunale ha tradito le aspettative che da sinistra avevano portato alla vittoria di Marco Doria, forse anche perché fondate quelle aspettative su un programma irrealizzabile. La maggioranza si è sfaldata quasi subito. L’amministrazione ha navigato con onestà, trasparenza, rigore morale (non dimentichiamolo mai), ma ha navigato a vista. Ha navigato a vista sotto le bombe di tanto Partito Democratico.
L’errore più grande che abbiamo commesso. Anzi, l’errore più grande che ho commesso, è quello di non aver saputo imporre alla nostra amministrazione comunale un cambio di rotta. Tra le ragioni per cui questo non è stato possibile – oltre al fatto che Doria rappresentava di fatto chi aveva sconfitto il PD alle primarie del 2012 – non posso non annoverare anche il continuo bombardamento sulla giunta da parte di esponenti del PD. Non è facile intervenire sulla linea politica di un’amministrazione che sosteniamo, mentre quotidianamente tra i nostri dirigenti c’è chi ne invoca le dimissioni a mezzo stampa.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo e di più strutturale nella sconfitta. Dopo anni di crisi economica senza precedenti, il PD ha pagato l’essere forza di governo per troppi anni in questa città. Ha pagato una difficoltà a compiere scelte definitive sui servizi pubblici: ASTER, AMIU, AMT.
Ha pagato anche una certa sciatteria nell’amministrazione quotidiana: siamo andati al voto con l’erba alta cinquanta centimetri in diverse vie del centro. Possiamo sperare che tutto sembri normale. Ma non lo è.
Politicamente paghiamo un ulteriore prezzo: quello della chiarezza e semplicità del messaggio della destra. A fasce sociali in difficoltà per la crisi, le parole della destra su immigrazione e sicurezza, sul prima gli italiani, appaiono più protettive delle nostre. Attenzione: sono parole che non risolvono il problema, spesso lo generano, invece di risolverlo. Ma la percezione è diversa. Penso al tema delle case popolari. Ho partecipato a Begato ad una riunione con diversi inquilini di ARTE. L’assegnazione ad extracomunitari di case popolari in Liguria è inferiore al 5%. Quasi tutti i presenti alla riunione erano convinti che fosse dieci volte tanto. Ed apprezzavano la proposta “prima gli italiani”.
Il voto che Bucci ha raccolto in levante e mediolevante, però ha ancora un’altra natura. Ricorda quella voglia di cambiamento, che ha travolto Piero Fassino a Torino l’anno scorso. E rivela una rottura tra la nostra proposta politica e il ceto medio, che non ha paura della destra e non ha paura della Lega. Che ha votato Renzi per la prima volta alle Europee, e oggi ha votato Bucci.
Paghiamo un voto del Movimento 5 Stelle che ai ballottaggi diventa un premio di maggioranza per mandare a casa chi governa. Un premio che a questa tornata elettorale si è abbattuto con violenza sul centrosinistra. Il caso dell’Aquila è forse il più emblematico. C’è poi qualcosa di nuovo che si agita nel mondo grillino, una consonanza con la destra resa palese dalle recenti prese di posizione contro lo IUS SOLI.
C’è una natura di destra, protezionista, sovranista in alcune recenti proposte del movimento 5 stelle che trova un’alleanza quasi naturale con la destra. E per il sistema elettorale a doppio turno, questa non è certo una buona notizia. I flussi ci dicono che il 60% degli elettori grillini non è andato a votare al ballottaggio. Di quel 40% che è andato e che vale 16.000 voti, i tre quarti circa 12.000 hanno votato per bucci. I restanti 4.000 per Crivello.
I flussi ci dicono ancora che Bucci conserva il 99% dell’elettorato del primo turno. Crivello scende al 92%.
A Crivello arriva oltre la metà di chi aveva votato candidati minori: Putti, Cassimatis, e altri. E poco più dell’1% dall’area del non voto.
L’impressione, per come sono andate le elezioni in tutta Italia, e per quanto siamo riusciti a percepire in campagna elettorale, è che avremmo perso con qualsiasi schema politico e con qualunque candidato. A meno di una rottura netta ed evidente con l’amministrazione uscente e con le politiche che noi stessi abbiamo sostenuto  in questi anni. Non ci bastava una rottura con la Giunta Doria. Sarebbe stata necessaria una rottura con il PD, come alle primarie del 2012.  Le condizioni per mettere in atto una rottura del genere non c’erano.
Invidio molto chi ha certezze sulle ragioni della sconfitta. Invidio meno chi percorre le scorciatoie di cui ho parlato prima, perché credo davvero che sia indispensabile per noi indagare a fondo sul nostro fallimento, senza pensare al tornaconto che ognuno di noi potrebbe ottenere dalla prossima fase.
Non facciamo gli ingenui, nelle analisi di ogni sconfitta c’è sempre chi ritiene di addossare le colpe a qualcosa o a qualcuno, sperando di cavarci qualcosa, più per sé che per la verità.
Abbiamo bisogno di altro, questa volta.
Domenica sera, tra mezzanotte e l’una, commentando a caldo l’esito del ballottaggio immediatamente dopo le dichiarazioni di Crivello, ho detto di assumermi la responsabilità della sconfitta.
L’ho ribadito in segreteria provinciale, martedì scorso, rassegnando le dimissioni da segretario provinciale.
Dimissioni che confermo oggi davanti all’Assemblea Provinciale che mi ha eletto segretario il 4 novembre 2013.
Le sconfitte generalmente non hanno mai padri. E’ un gioco a cui non intendo partecipare.
Mi dimetto perché mi sento responsabile. Mi dimetto per aprire il Congresso. Mi dimetto perché è opportuno dare all’esterno un segnale forte e inequivoco,  e all’interno del Partito dare la possibilità di una ripartenza, senza alibi.
A chi oggi vuole intervenire chiedendomi di ritirare le dimissioni, o di rimanere al mio posto fino al Congresso, chiedo di cambiare intervento, e di mettersi a disposizione fattivamente e da subito per la ripartenza del partito.
Non mi interessa se in altre parti d’Italia, i segretari provinciali non si dimettono. Ho sempre fatto politica mettendoci la faccia, e domandomi cosa posso fare io, prima di chiedere qualcosa agli altri. Oggi, il gesto più utile alla ripartenza del Partito genovese sono le mie dimissioni.
Non è un capriccio, né un sottrarsi dalle responsabilità. Tutt’altro, sono convinto che la mia permanenza non sarebbe di alcuna utilità ad un partito che ha bisogno di rigenerarsi, e di preparare un Congresso provinciale senza alibi e senza bersagli.
Dal 2015 ad oggi ho già fatto il traghettatore, cercando con fatica e a volte con scarsi risultati il punto di mediazione tra le correnti. Oggi abbiamo bisogno di altro, abbiamo bisogno di sollevare i tappeti e fare i conti con la polvere che è rimasta sotto, sconfitta dopo sconfitta.
Il Congresso sia il momento in cui si discute liberamente, in cui si disegni il partito democratico che nei prossimi anni dovrà ritornare al governo della Regione e del Comune di Genova.
Non dobbiamo avere paura della discussione, anche aspra, tra di noi. Ma sarebbe bene che definissimo il campo. Ho sentito in questi giorni chi sperava nella sconfitta per fare fuori l’attuale gruppo dirigente.
Ho sentito un dirigente del nostro partito la sera dell’11 giugno, mentre iniziava la campagna per il ballottaggio, dire in televisione che Crivello non era il candidato giusto.
Smettiamola con il fuoco amico. Attaccare i nostri compagni di partito non ci fa sembrare né più liberi né più intelligenti.
Ho letto di polemiche perfino sulla Festa de l’Unità. Come se strumentalizzare per la piccola battaglia del momento la fatica dei nostri volontari ci facesse fare un passo avanti. Non ce lo fa fare.
Ecco, delimitiamo il campo della nostra dialettica, se non vogliamo distruggere quello che ci rimane.
Lo dico perché è molto quello che ci rimane. E’ una comunità di persone per bene che fanno politica con passione e generosità, che non vogliono rinunciare a costruire una società che coniuga sviluppo, lavoro e solidarietà.
Abbiamo perso. Ma possiamo ripartire. Ripartiamo dai nostri valori, dalle nostre proposte, dall’opposizione che faremo in consiglio comunale, dall’entusiasmo dei nostri segretari di Circolo. Eravamo in tanti venerdì  a Milano al Forum Nazionale, e questo è un ottimo segnale a pochi giorni dalla sconfitta.
Auspicavo ci fossero le condizioni per una gestione condivisa e unitaria di questi pochi mesi che ci separano dal congresso. Lo auspico ancora. Il partito deve occuparsi della difficile situazione venutasi a creare in quattro municipi, deve impostare il lavoro di opposizione in Comune e preparare la Festa de l’Unità.
Devo constatare che oggi queste condizioni non ci sono, e qualcuno invoca il commissariamento. La proposta del commissariamento non mi convince. Non sarà qualcuno venuto da fuori a risolvere i nostri problemi. L’abbiamo già verificato sul livello regionale: il commissariamento è stato un mezzo per rinviare i problemi, per lasciare altra polvere sotto il tappeto. Serve un’assunzione di responsabilità unitaria e collettiva. Bisogna metterci la faccia e ricostruire. Bisogna lavorare, non basta far lavorare gli altri.
Lasciatemi chiudere con alcuni ringraziamenti. Innanzitutto a chi in questi anni ha dato una mano al Partito in federazione.  Al tesoriere che ha lavorato in questi mesi per realizzare una edizione più attraente della Festa de l’Unità. A Giorgio e Alice che hanno seguito la comunicazione, a Simone d’Angelo che ha condotto  con grande precisione l’ufficio elettorale.
Ai segretari di circolo un ringraziamento speciale. Siete l’anima e la forza di questo partito. Vi ringrazio per il lavoro fatto in questi anni, e per il sostegno quotidiano. In questi anni non mi sono mai sentito solo.
Fare il segretario provinciale è un esperienza straordinaria, per la quale sarò sempre in debito con questa comunità politica. Per oltre tre anni e mezzo ho cercato di attendere al mio compito con rigore, e senza risparmio di energie.
C’è tempo per ogni cosa, dice l’Ecclesiaste. Oggi non è il tempo del disimpegno. Oggi per tutti noi è tempo di metterci a disposizione con umiltà e serietà per contribuire a rigenerare il nostro Partito. Ciascuno nel proprio ruolo.
Da domani questo sarà il mio impegno, da consigliere comunale,  e da militante a disposizione della mia segretaria di circolo e degli organismi provinciali.
Le sconfitte possono essere lezioni preziose. Capire la lezione dipende solo da noi: mi auguro che saremo capaci di non utilizzare la sconfitta per le nostre battaglie interne, di non banalizzare il messaggio forte e chiaro che ci viene dagli elettori in una continua guerra di posizione, anche in vista del prossimo congresso.
Sono fiducioso e ottimista. Perché conosco le capacità di reazione del nostro Partito. E conosco la responsabilità e la maturità dei nostri militanti. Dipende solo da noi se il Partito Democratico a Genova tornerà ad essere un punto di riferimento per tanti cittadini ed elettori genovesi.