Gentile direttore, nel rispondere al vostro invito al dibattito sulla riforma costituzionale, sceglierò solo uno fra i motivi per i quali voterò sì al Referendum perché mi pare particolarmente significativo: l'iter legislativo.

L'esistenza di problemi reali è segnalato dal fatto che da trent'anni si discuta di riforma costituzionale, purtroppo senza esito nonostante siano state ad essa dedicate ben tre Commissioni bicamerali: la Bozzi (1983-1985), la De Mita-Iotti (1992-1994), la bicamerale D'Alema (1997-1998).

Perché cambiare? Qual è la situazione attuale? Succede che i tempi della politica non corrispondono ai tempi della vita delle persone, ai tempi che dovrebbe avere la soluzione dei loro problemi. Il bicameralismo paritario rende particolarmente lunga e difficile l'approvazione delle leggi, che fanno la spola anche più volte fra Senato e Camera. Se la politica non riesce a collegare i propri tempi con quelli della società diventa inutile.

Ecco alcuni esempi di leggi da tempo bloccate al Senato nel "ping pong" attuale tra le due Camere: contrasto dell'omofobia e della transfobia (ferma da 1143 giorni), Nuovo codice della strada (1122 giorni), Nuove norme sulla cittadinanza, Reato di tortura (esame iniziato tre anni fa al Senato, ora fermo a palazzo Madama dopo le modifiche introdotte a Montecitorio), Riforma della protezione civile (che prevede misure sulla prevenzione, fra le quali la revisione e valutazione periodica dei piani di emergenza comunali). Per non parlare delle leggi che non concludono l'iter e transitano da una legislatura all'altra per anni.

Una democrazia che non riesce a decidere non è una democrazia compiuta. Una sola Camera che approva la maggior parte delle leggi permetterà un percorso legislativo molto più breve e la possibilità di approvare le leggi quando servono. Nella riforma sono previsti strumenti di garanzia: il Senato potrà chiedere di esaminare le leggi approvate dalla Camera, ma dovrà farlo entro 40 giorni, e deciderà assieme alla Camera sulle leggi costituzionali ed elettorali, i referendum popolari, e ancora sulle leggi sugli organi di governo, sulle funzioni di Comuni e città metropolitane e sull'Unione europea.

Inoltre, succede adesso che vengano discusse ed approvate soprattutto, se non quasi esclusivamente, leggi proposte dal Governo, poche di iniziativa parlamentare, nessuna di iniziativa popolare. E per accelerare l'iter di quelle che considera importanti il Governo pone spesso la questione di fiducia.

A giugno 2016, per fornire qualche dato, i disegni di legge approvati da una Camera ed in corso di esame nell'altra erano 58 al Senato e 28 alla Camera (82 in totale). Delle leggi approvate 165 sono state di iniziativa governativa (82,50%), 33 di iniziativa parlamentare (16,50%), 2 di iniziativa mista (1%). A queste si aggiungono 220 decreti, ovviamente sempre del Governo: è evidente la sproporzione a favore del Governo.

Nella Riforma il voto a data certa dà tempi di attuazione definiti per disegni di legge ritenuti prioritari dal governo, e questo limiterà il ricorso alla fiducia, e si introducono limiti alla decretazione di urgenza, che prima erano presenti sì, ma solo in legge, mentre adesso entrano nella Costituzione. Si garantisce inoltre l'esame e la deliberazione finale sulle leggi di iniziativa popolare.

Si ridà quindi centralità al Parlamento ed ai cittadini, la cui partecipazione è ampliata dalla modifica del quorum per il referendum abrogativo e dall'introduzione dei referendum propositivi e di indirizzo. Si mantengono quindi le fondamentali garanzie costituzionali, rafforzando – se mai – la centralità del Parlamento ed alcuni istituti di partecipazione: iniziativa legislativa, referendum popolari, possibilità di vaglio preventivo della Corte costituzionale per le leggi elettorali.