Un ciclo politico si è chiuso

Con le elezioni amministrative che il 25 giugno hanno segnato l’affermazione netta del centrodestra, si è chiusa definitivamente una lunga fase storica della politica genovese. E’ questa una consapevolezza necessaria a descrivere un percorso di ripartenza e di nuova proposta.
E’ una sconfitta che non può essere analizzata sommariamente e in maniera equivoca o autoassolutoria, perché soluzioni di comodo segnerebbero quel passo falso di cui proprio non abbiamo bisogno.
La sconfitta di giugno ha senz’altro anche qualche radice in un clima internazionale dominato da populismi destrorsi e in particolare dalla crisi delle esperienze europee della sinistra socialista. Clima che certamente non è stato favorevole al nostro partito nel suo complesso.
Ma le ragioni del tracollo elettorale risiedono soprattutto ed inequivocabilmente in alcuni fattori locali ed endogeni alle amministrazioni genovesi, alle maggioranze che hanno retto la città, alle loro scelte politiche amministrative, e quindi al nostro partito, che di queste scelte è stato protagonista e responsabile. E così inevitabilmente è stato percepito dall’elettorato.
Quello che gli elettori hanno espresso a Genova a giugno è stato innanzitutto e soprattutto, un giudizio sugli ultimi cinque anni di governo locale, anche se già da prima si potevano trovare le tracce dell’inizio del declino di rapporto virtuoso tra noi e la città. La stessa candidatura di Doria, giova ricordarlo, nasceva già in qualche modo contro il Pd: nella perenne e sotterranea competizione tra le due sinistre, nell’incapacità stessa del Sindaco di “tenere” la coalizione e di essere punto avanzato e di rilancio di idee strategiche per la città, risiedono molte delle ragioni della sconfitta.
Sarebbe ingeneroso tuttavia individuare solo negli ultimi anni le cause della sconfitta. Il ciclo che si va a chiudere, infatti, è ben più lungo e questo non può essere sottaciuto. Le forze e le tradizioni politiche che hanno dato vita al Partito Democratico reggevano le sorti di questa città fin dalla svolta degli anni ’92- ’93, gli anni di Tangentopoli, ma anche gli anni dei sindaci – leader, anni in cui si è vista una nuova classe dirigente crescere ed affermarsi al confronto con i grandi temi sociali, economici e politici che le comunità civiche chiedevano di affrontare. Un nuovo civismo che coniugava scelte politiche e selezione di nuova classe dirigente, la più rilegittimata dopo il grande “vacuum” di Tangentopoli.
In questo clima, è stato il centrosinistra genovese ad esprimere classi dirigenti che sono state per un ventennio in grado di interpretare i bisogni della città in termini di relazioni sociali, di scelte amministrative, di politica urbanistica ed infrastrutturale. Non è un caso che alla svolta del millennio il centro destra strabordante a livello nazionale (erano gli anni del 61 – 0 in Sicilia), a Genova trovava un argine invalicabile, e nel 2002 la riaffermazione elettorale di Giuseppe Pericu costituiva il segnale nazionale di controtendenza che portava ai successi del 2004 alle europee e del 2005 alle regionali.
In questo senso, se è vero che dobbiamo essere spietati negli errori degli ultimi anni, dobbiamo anche avere l’orgoglio di rimandare al mittente il falso il giudizio con il quale il centro destra si è presentato in campagna elettorale, fatto dall’idea di una città in costante declino, una crisi della quale noi saremmo gli unici responsabili.
In realtà noi questa città, a partire dagli anni 90, l’abbiamo ricreata, ricostruita e reinventata: abbiamo rappresentato la capacità di questa città di reagire alla crisi delle partecipazioni statali, al declino dei grandi insediamenti manifatturieri e alle tensioni portuali. Lo abbiamo fatto con l’operazione Acquario e più in generale con il Porto Antico, con tanti altri contenitori culturali aperti, che hanno dato a questa città una vocazione ormai affermata e che prima non aveva, quella turistica.
Abbiamo anche contribuito a riorientare il modello produttivo verso i servizi avanzati. Sono state le classi dirigenti del centro sinistra a volere l’IIt  a Morego, il Progetto Leonardo ad Erzelli, a bonificare la collina di San Biagio, dove solo trent’anni fa una raffineria produceva inquinamento. Proprio in queste ore è utile ricordare l’accordo di programma di Cornigliano. Molte infine sono state le azioni di riqualificazione urbana, a partire da un Centro storico rinato, e le opere in tanti quartieri anche periferici della città.
Questo la sinistra ha fatto dagli anni 90 fino a pochi anni fa: ha disegnato una nuova identità per la città valorizzando le sue vocazioni, passando per una colossale trasformazione produttiva e del lavoro, avvenuta certo con grandi crisi, ma tutto sommato con grande capacità di assorbire e gestire i costi sociali.
Con gli anni, tuttavia, il centro sinistra, nel frattempo riunitosi nella nostra casa comune, ha sempre più palesemente sofferto di una divaricazione crescente tra i bisogni della città e la sua capacità di trovarvi risposta. Certo, non stiamo parlando di anni qualunque, stiamo parlando soprattutto degli anni successivi al 2008, quelli in cui anche Genova ha subito gli effetti della peggior crisi economica del dopoguerra.
Questa crisi ha fatto venire meno non soltanto ricchezza e lavoro, ma soprattutto risorse pubbliche, disponibili sia per lo Stato che per Regione e Comune. Insomma, al fianco della crisi gli enti locali hanno visto venir meno la principale leva anti-ciclica che le classi dirigenti locali erano abituate ad usare: la spesa pubblica.
Come Partito Democratico ci siamo adagiati sul “contenimento dei danni”, senza riuscire ad utilizzare la crisi per ciò che poteva essere: la fase dove progettare il rilancio definitivo e strutturale di questa città verso lidi nuovi ed innovativi. E’ mancato il coraggio di ammettere che una lunga fase storica di questa città era finita, che un sistema di interessi consolidati che avevano costruito una alleanza positiva per la città era rotto e non aveva più nulla da dare al futuro collettivo. Per altro, senza che nuovi soggetti collettivi pubblici e privati sembrassero e sembrino in grado di raccogliere il testimone, in un quadro generale della città ove davvero mancano punti di riferimento o quelli che una volta venivano chiamati “poteri forti”. La chiusura del ciclo non ha riguardato solo la politica: alcuni soggetti storici di questa città ne sono usciti ridimensionati, si pensi alla “banca di sistema”. Anche la demografia da molti anni, calo degli abitanti e invecchiamento, ci racconta una città radicalmente diversa da quella con cui abbiamo pensato di continuare ad avere a che fare.
E’ mancato il coraggio di aprire una grande dibattito pubblico con la città per tracciare insieme un progetto per il futuro che partisse dall’unico presupposto possibile: le rendite di posizione del ‘900 e del primo scorcio del XXI secolo dovevano, per forza, essere abbandonate da tutti. In particolare dalla politica.
In questo quadro, molto hanno pesato anche i mille distinguo che i gruppi dirigenti locali del Pd hanno posto in merito alle scelte del governo Renzi e in generale sulle politiche nazionali del partito. Non è stato molto facile in questi anni fare iniziative sul territorio a supporto delle scelte del governo ed è cresciuta quindi una diffidenza “ideologica” verso il nostro partito, non adeguatamente contrastata da un gruppo dirigente nel suo complesso freddo e scettico verso la fase politica in corso.
E’ importante ora ricollegare gruppi dirigenti locali e le scelte di indirizzo con il quadro emerso dal congresso nazionale, con il rispetto di tutti per tutti, con la dignità di posizione e di dibattito per tutti, ma anche con posizioni chiare che andranno giudicate a tempo debito dagli elettori.
Emerge in tutta chiarezza come la qualità e il tono del dibattito interno che avremo uniti ad una gestione della comunicazione pubblica da innovare e rafforzare siano tra gli elementi a cui prestare molta cura.

Quale ruolo per il PD?
Il Partito Democratico, allora, facendo scorta della lezione impartita, deve necessariamente porsi in un ottica completamente nuova nel suo modo di essere, in poche parole, nella funzione che decide di avere in città.
Il centro destra a Genova per ora pare muoversi zigzagando tra la buona amministrazione delle piccole cose (attività per altro giusta) e la centralità dell’immigrazione e della sicurezza come unico orizzonte ideologico di qualche respiro (quindi cortissimo). Nel suo discorso di insediamento il sindaco, rendendosi conto della irrealizzabilità di molte promesse di campagna elettorale, ha già cambiato molti punti. E molti altri ne dovrà probabilmente cambiare. In questi scostamenti e nelle contraddizioni che si apriranno in una coalizione divisa su molte cose ma capace di fare squadra e di nascondere le tensioni, dovremo lavorare come gruppo di opposizione e come partito in città.
Dobbiamo infatti toglierci subito di dosso l’idea che abbiamo fatto bene in passato e non siamo stati capiti. E’ sicuramente anche così, perché molte cose le abbiamo sapute fare e bene. Ma bisogna girare pagina e subito. Sennò rischieremo di fare un’opposizione volta solo a dire che quelle che abbiamo fatto prima erano scelte giuste e inevitabili ma non sono state raccontate bene. Invece molte non lo sono e non lo sono state.
Sappiamo bene che governare è diverso che fare propaganda. Per ora la linea del centro destra è chiara: dare ragione a chiunque si presenti a protestare e non fare nulla per risolverne i problemi posti, salvo dare colpa al governo per qualunque cosa. Ridiamoci appuntamento con le maggioranze al governo ai primi veri scontri tra risorse che mancano e promesse di mondi migliori. Noi lì ci saremo e non faremo sconti. La nostra ripartenza è lì: nella nostra capacità di immaginare un futuro realizzabile per la città, per le sue vocazioni, per i servizi ai cittadini, per la vivibilità e la sicurezza.
La partenza del centro destra in Comune, non è molto diversa da ciò che fa da due anni in Regione, ove non si registrano significativi fatti di governo, ma solo campagne comunicative, che però non evitano che i primi nodi irrisolti incomincino a venire al pettine e soprattutto agli occhi dei cittadini. Sanità in crisi, politica di sviluppo economico assente, crescita dell’indebitamento, mancato o scarso uso dei fondi strutturali sono le grandi battaglie che il nostro partito porterà tra i cittadini.
Restando scontata la sostanziale irrilevanza politica in città (non elettorale, per carità) del Movimento Cinque Stelle, resta una sola forza politica che possa tracciare il progetto di una Genova del 2030: il Partito Democratico.
Ecco il ruolo che disegniamo per il nostro partito: quello di un grande strumento civico di costruzione di un progetto per la città che i genovesi vogliono tra venti anni, la Genova più pensata per i nostri figli, ed un po’ meno per noi.
Per farlo però, il Partito Democratico deve fare un profondo investimento su se stesso, rinnovando prassi, cultura politica, e soprattutto classe dirigente. Rompere l’isolamento delle relazioni con tutti i corpi sociali. Rompere la sclerosi delle relazioni stereotipate, dare vita ad una nuova fase di ascolto e di proposta.
Tracciare, appunto, nuovi orizzonti. Facendolo, dobbiamo recuperare una funzione fondamentale che abbiamo avuto per larghi tratti nel passato. Il centrosinistra a Genova riusciva ad essere il collante politico di ambiti sociali e territoriali molto diversi. Fino alle giunte “Pericu”, ci siamo riusciti. Siamo riusciti, cioè, a tenere insieme simbolicamente Cornigliano e Albaro, esigenze popolari e progettualità delle classi dirigenti.  Recuperare la capacità di far sintesi tra diverse realtà sociali è fondamentale per far vincere il nostro progetto.

Una Genova del Lavoro e della Bellezza
La Genova del futuro deve svilupparsi attorno tre fattori chiave:  il Porto, Industria 4.0 e quello che potremo chiamare il fattore della Bellezza.
E’ centrale rimettere a fuoco una strategia per l’economia marittimo portuale, non più come corpo separato della città, ma centro vivo, forte strategico e di prospettiva per la comunità. In questo senso serve subito un dibattito forte sulle infrastrutture legate all’economia portuale e al piano regolatore portuale. Nuova diga, Waterfronti di Levante, viabilità e logistica.
Erzelli e IIT centralità dell’industria pulita e hi-tech. E rilancio della manifattura tradizionale ma ad altissimo contenuto di innovazione.
Bellezza è il nostro fattore attrattivo, cultura, turismo ambientale, elitario per gli spazi angusti ma popolare per l’attrattività che possiamo attivare in un raggio di 100 km, dalle 5 terre a Capo Noli.
Le tre cose chiamano anche se con maniere diverse, trasporti, collegamenti, altissima qualità ambientale, trasporti pubblici locali funzionali e moderni, vivibilità. Sviluppo urbano compatibile, costruire sul costruito.
Questo documento contraddirebbe sé stesso se contenesse un elenco progettuale di priorità amministrative. Perché pensiamo davvero che questo elenco vada costruito insieme a Genova. In questo senso dobbiamo avere la forza di dare vita ad una vera e propria fase costituente per le nostre relazioni e i nostri progetti in città: fase che parte appunto con il nostro congresso. Che non va visto come conclusivo ed esaustivo.
In fondo, come si dice, anche un viaggio lungo mille miglia ha bisogno di un primo passo.
Siamo però certi di alcuni punti fermi che vogliamo portare al tavolo del progetto. Il più importante riguarda la scelta, definitiva, finalmente presa, una volta e per sempre, sulla vocazione di questa città.
Per troppi anni questa città si è barcamenata nei marosi della deindustrializzazione imposta dalla globalizzazione come un nave che, contro ogni evidenza imposta dalla tempesta, pretendeva di far finta di nulla e proseguire imperterrita la sua rotta. Il processo appariva fin da subito possente ed irreversibile. La possibilità di contrastare la riallocazione dei fattori produttivi, agita a livello locale, era ovviamente nulla, e fittizie le speranze (infatti puntualmente andate deluse) di riattivare meccanismi positivi di mantenimento di insediamenti produttivi puntando su future “qualità delle produzioni” che neutralizzassero i fattori economici che favoriscono la dislocazione degli stessi nei paesi in via di sviluppo. La verità  che tutti sapeva fin da subito e che vi sono settori saturi e che anche se hanno possibilità di crescere in qualità distintiva lo fanno sulla base di investimenti che a Genova nessuno ha visto.
Allora il Partito Democratico deve candidarsi ad essere la forza progettuale che a Genova afferma con grande chiarezza e sincerità che una fase dello sviluppo industriale per come lo abbiamo inteso è finito; che nel nostro territorio vi sono insediamenti produttivi che magari non presiedono settori particolarmente innovativi ma che evidentemente hanno saputo fare gli investimenti necessari, che producono lavoro e reddito, e che vanno sostenute; ma che vi sono altre realtà che vanno superate, in modo che nessun lavoratore resti a casa, ma nella piena  consapevolezza di tutti che bisognerà pensare ad un ri-orientamento totale di produzioni, di competenze professionali, di aree.
In questa ottica, tutto lo sviluppo della Genova del futuro non potrà che essere ancorata a quella che viene chiamata l’economia della conoscenza.  I vantaggi di un orientamento allo sviluppo in tal senso sono evidenti. Puntare allo sviluppo economico derivante dalla conoscenza, dai saperi, vuol dire una economia più sostenibile, vuol dire una economia più ricca, perché installata nella parte alta dei processi produttivi, quelli legati alla innovazione e alla ricerca. Ma ovviamente servono investimenti. Innanzitutto nel Capitale Umano, l'investimento in sapere e nelle nuove generazioni. Ma anche nel Capitale Sociale: non esiste area di sviluppo dell'economia della conoscenza ove agli investimenti nella crescita delle persone non si affianchino investimenti per la crescita delle relazioni, per la  qualità della vita. Dove crescono servizi, reti relazionali solidali, associazionismo, accoglienza, contaminazione con culture diverse germoglia una tessuto sociale migliore, indispensabile perché i "coltivatori del sapere" possano generare il loro frutto migliore: le idee innovative. Perché l'economia della conoscenza è innanzitutto economia della creatività, economia della sfida, economia di quello che ancora non si vede, ma ci sarà.
Come si vede, si tratta di una sfida che comporta la collaborazione tra soggetti diversi: la città, la sua università, le imprese i centri di ricerca etc.
A Genova non partiamo certo dall’anno 0: sulla collina di Morego da molti anni l’IIT ha tracciato la strada che deve valere per tutti, e speriamo che il decollo definitivo della collina di Erzelli non sia da meno

La Grande Genova
Oggi parlando di Genova indichiamo un territorio metropolitano rappresentato da 67 amministrazioni comunali, in buona parte piccoli comuni che sempre più guardano Genova e le altre istituzioni sovracomunali nella speranza di ricevere quel sostegno che possa permettere loro di svolgere le funzioni amministrative garantendo i servizi ai cittadini.
Tra queste istituzioni vi è la Città Metropolitana di Genova, di recente costituzione, 1° gennaio 2015, che nonostante le difficoltà date dalla combinazione della Legge Delrio e le successive norme di finanza pubblica che hanno ridotto l’ente in una situazione molto critica che non permette il pieno espletamento delle funzioni assegnate (con il taglio della spesa del personale di ruolo pari al 40% e il drastico abbattimento delle entrate fiscali) nonostante tutto viene consegnata al nuovo Sindaco metropolitano ed al Consiglio neo eletto in buono stato e con tutti gli adempimenti approvati sempre per tempo (Statuto, regolamenti, Piano Territoriale, Piano Strategico, rendiconti economici e preventivi). E ancor di più,  per merito di quello spirito costituente che ha caratterizzato il precedente mandato appena terminato, si è addirittura riusciti a riavviare la pratica degli investimenti, grazie ad un attento programma di alienazioni, al Bando Periferie e al Patto per Genova. Ma tutto questo non basta a far percepire questo ente come utile alla popolazione, alle imprese, ai comuni. È indispensabile proseguire il percorso di riforma avviato con la Legge Delrio e arrestatosi col referendum del 4 dicembre scorso, in modo tale da chiarire una volta per tutte la reale identità, le reali funzioni ed in particolare la modalità di finanziamento strutturale. Solo così potremo avere un’istituzione capace di andare incontro alle esigenze dei comuni e dei loro abitanti, con particolare attenzione a edilizia scolastica, viabilità, gestione rifiuti e servizio idrico integrato (ATO rifiuti e ATO acqua). Senza dimenticare che la prima tra le sue funzioni è la pianificazione strategica, il cui Piano Strategico Metropolitano costituisce l’atto fondamentale di indirizzo dell’azione della Città Metropolitana stessa. È su quello principalmente, ma non solo, che va sfidato il centrodestra. È sulla visione di sviluppo complessivo della Città metropolitana che dobbiamo svolgere il nostro ruolo, propositivo, incalzante, in modo da far emergere con forza il carattere distintivo di un Piano strategico di cui oggi disponiamo proprio grazie a quello spirito costituente che ha caratterizzato il primo mandato, ma  che dovrà indicarci ben chiaramente la strada per raggiungere la Genova del domani. Fermo restando una cosa: la Città Metropolitana funzionerà tanto meglio quanto più si sarà capaci di coinvolgere i Sindaci. Anche questa dovrà esser una nostra costante preoccupazione.

Quale Partito Democratico
La sfida descritta in queste pagine impone una profondissima riforma del Partito Democratico e del suo modo di essere. Per troppi anni, anche a causa di una generale evoluzione in tal senso della politica, i partiti si sono totalmente appiattiti sulle amministrazioni e quindi sugli amministratori. Di fatto, la politica si è fatta esclusivamente nelle amministrazioni. Questa è stata una deriva non necessaria e non obbligatoria seppur difficile da contrastare in una generale crisi dei corpi intermedi, e quindi anche dei partiti.
Mai come adesso, quindi, il Partito Democratico deve darsi una nuova funzione, che sia anche una nuova identità. Noi vogliamo un partito aperto, plurale e democratico, che sia il principale strumento a disposizione per i genovesi per la progettazione della Genova del futuro. Ma non potrà esserlo se permarranno quelle forme di chiusura e isolamento che hanno caratterizzato la sua storia recente. Adesso è venuto il momento di organizzare il partito in funzione di questo progetto. Crediamo ad un partito forte perché ha un “centro” forte e circoli forti. Non vi può essere un partito tutto accentrato sulle attività politiche della federazione territoriale. Non vi può essere un partito forte se dovessero essere i circoli a sopperire alla carenza di una politica d’insieme.
Allora noi crediamo ad un partito che al centro sappia costruire una progetto di sintesi, collettivo e condiviso, e che dia l’indirizzo politico generale, e un  partito i cui circoli, rivitalizzati nella funzione, e messi nelle condizioni concrete di operare, magari anche accorpandoli quando necessario, possano essere i luoghi di ascolto e dialogo con i cittadini. Luoghi aperti per l’elaborazione di progetti comuni, luoghi ove farsi contaminare da associazioni, gruppi territoriali, competenze diffuse, per costruire per quel territorio e per la città intera i segmenti di un progetto generale.
Quindi un partito sinceramente fuori dalle profezie, un po’ ideologiche, ma soprattutto dannose, di partito liquidi e gassosi, ma un partito solido, strutturato, organizzato, ed efficace. Un partito che diventi casa comune di tutti, un partito che sappia anche parlare ai giovani con gli strumenti delle nuove generazioni, ma senza per questo perdere la sua visibilità concreta sul territorio.
Un partito che sappia fare della partecipazione, e della coerenza politica che questa proposta comporta, la sua cifra identitaria. Così da riportare al centro del suo dibattito i cittadini, i loro bisogni, i loro progetti, soprattutto se quelli dei più giovani, quei millenials che adesso sembrano i più lontani dall’entrare in contatto con noi, e che invece rappresentano il futuro della nostra città.
Le scarse risorse sono ovviamente un problema da affrontare con un nuovo modello organizzativo e di funzioni. Ma cerchiamo di vedere le nostre ristrettezze anche come l’opportunità di un nuovo inizio, dove parsimonia, generosità, volontariato e ingegno da aguzzare siano le basi del nostro rilancio.

Facendoci carico di una responsabilità, dobbiamo soffermarci sulla condizione che ognuno di noi vive, da iscritto, da simpatizzante, ma anche di chi ancora per fortuna, nonostante tutto, ci guarda con interesse, e ci chiede di iniziare a ricostruire un po’ di orgoglio identitario.

Siamo stati bistrattati, non solo perché sconfitti, ma anche irrisi. Parlare male del PD è lo sport nazionale e anche locale. E in questi anni la nostra comunità, per le divisioni e per alcune inadeguatezze, non è stata protetta dando un brutto spettacolo di sé.

La convergenza di diverse sensibilità di chi a Genova fa riferimento a Matteo Renzi, volge ad un nuovo corso che cambierà le cose e le cambierà con una squadra forte e innovativa.

Però una cosa la possiamo finalmente dire: è venuto per il PD genovese il momento di rialzare la testa, e smetterla di guardarsi l’ombelico.

Abbiamo perso, un po’ meno nei quartieri popolari rispetto ai nostri insediamenti storici. E abbiamo subito un tracollo nel centro e nel levante. Segno che molta nostra  gente ha fatto altre scelte e che molto gruppo dirigente, intellettuale e produttivo della città, non ci ha più visti come attori o possibili interpreti del cambiamento e del rilancio della città.

Dalla crisi degli anni 80 si sono succedute Giunte a Genova che hanno fatto il G8 e 2004 - Capitale della Cultura, i cui effetti positivi emergono ancora oggi. Vincevamo quando eravamo capaci di amministrare bene e di risolvere i problemi.

Certo, faremo in questo Congresso anche il bilancio di questi anni, ma soprattutto troveremo le ragioni per il nostro impegno nel futuro.

Sono stati anni di tanti errori, ma anche di tante cose fatte: basti pensare all’opera di messa in sicurezza idrogeologica della città, voluta e ottenuta dal PD di Genova. Chiariamo gli errori e i responsabili, ma nessun processo, tantomeno sommario ad una storia e ad una presenza politica che ha trasformato questa città in un trentennio tremendo, di passaggio tra un antico e ormai logoro passato industriale ad una città con tante imprese all’avanguardia nelle tecnologie avanzate e nei servizi, con nuovo turismo e nuove opportunità.
Identità e orgoglio: perché ci impegniamo nel partito democratico a Genova? Innanzitutto per l’orgoglio di appartenere ad un progetto riformista che negli ultimi 3 anni è mezzo ha salvato l’Italia.

Finalmente i principali indicatori economici tornano a crescere: PIL, investimenti, occupazione. Solo noi dal 2011 ci siamo fatti carico di salvare la barca alla deriva, gli altri hanno guardato e criticato, ed ora sperano di raccogliere i frutti del loro populismo.

In questi mesi sarà fondamentale tornare nei luoghi del nostro territorio dove l’azione del Governo, a partire dalle questioni più specifiche come le ricadute della Legge Navale, fino alla Gronda, passando per i diritti civili, la sicurezza in tutte le sue declinazioni, il “Dopo di noi” a sostegno delle categorie più deboli, la Legge al contrasto alla povertà, in una parola: i Millegiorni.

Quindi, l'orgoglio dell’appartenenza ad una comunità: non facciamo nascondere le persone, andiamo incontro a loro, per essere un punto di riferimento vero in città.

Il PD non sia il luogo dell’alchimia, della nebbia, sia il luogo dell’orizzonte di scelte chiare, nitide, trasparenti. Sia il luogo della generosità. Oggi purtroppo siamo percepiti come una comunità asfittica, litigiosa e soprattutto egoista e autocentrata. Invertiamo la rotta. La politica è passione, generosità, volontariato e voglia di occuparsi dello spazio comune. Negli anni abbiamo inaridito l’albero su cui stavamo e abbiamo dato l’idea di occupare e privatizzare lo spazio pubblico con i nostri dibattiti poco interessanti.

La scarsità di risorse economiche sono ovviamente un problema, ma vediamolo come l’opportunità di un nuovo inizio, dove parsimonia, gratuità, volontariato, e soprattutto la risorsa umana sia alle base del nostro rilancio.

Si all’utilizzo della tecnologia, ma al centro la “risorsa umana”, per evidenziarne le forze e il percorso per conoscere i valori da mettere in campo.

Il ruolo e la rifunzionalizzazione dei Circoli. Il PD si toglie da una fase di sostanziale poco ascolto e torna con dei circoli attivi così facendo si riapre alla partecipazione dei  cittadini. Per fare questo continuerò a stare in giro, approfondirò ancora la conoscenza dei singoli territori di tutta la città metropolitana e delle singole risorse da valorizzare.

D’altra parte, è grazie a questa risorsa umana che abbiamo potuto mettere in campo di nuovo la Festa dell’Unità di Genova questa estate, una grande occasione da rilanciare in termini di dibattito politico, sintesi, bilancio e ripartenza di ogni nostro anno.

Senza ricostruzione di una dinamica di fiducia, rispetto e lealtà tra di noi, non andremo da nessuna parte. Proporrò subito un patto che contenga un’etica del comportamento a cui attenersi. Nel rapporto con i media, soprattutto. Chi parla a nome del PD, deve essere autorizzato a farlo. Sennò parla a titolo personale.

L’opposizione si concretizzerà per noi in un nuovo progetto politico per la città, in una nuova proposta di città.

Il nostro Segretario Renzi ci ha trasmesso la capacità di superare il confine, di guardare oltre, sia che si stia vivendo una fase congressuale o una disputa elettorale, per conquistare un mondo nuovo, che non ci conosceva, che non ci guardava, che non aveva fiducia in noi, per questo se noi non abbiamo la capacità andare oltre al nostro confine, di farci, osservare, di farci avvicinare, se non abbiamo dunque la capacità di attrarre e di generare la curiosità di chi sta oltre il nostro confine possiamo dire di aver fallito la nostra missione. Quindi allargare i confini di ogni fase politica.

Questo PD a Genova è in una condizione organizzativa e politica, che non può permettersi delle divisioni sul nulla, ma distinzioni politiche, sulle scelte politiche sì.

Affrontiamo questo Congresso con una sensibilità inclusiva. Sapendo che nel PD di Genova di oggi tutti devono dare una mano, la chiederò con umiltà a chi vorrà seguirci in questo percorso, e noi non ci possiamo permettere di rinunciare al contributo di nessuno, (iscritti, popolo delle primarie, elettori) se questo qualcuno condividerà con noi la necessità di un profondo radicale e immediato progetto di cambiamento. Con chi ci starà a cambiare, avremo porte aperte e steccati abbattuti, mentre a tutti gli altri diciamo: il tempo è scaduto.

Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla
(Martin Luther King)

A questo link il pdf del documento