Prima di cominciare desidero dedicare l’occasione di oggi a Bruno Sessarego - invitandovi anche ad minuto di raccoglimento - un compagno di avventure dentro ma personalmente anche un amico fuori dalla politica, che ci ha lasciato in questi giorni con un incolmabile vuoto. Da sempre Bruno con sua brillante capacità di elaborazione politica, da riformista, socialista e democratico ha lavorato fino agli ultimi giorni per la nostra comunità e anche per arrivare a questo momento politico.

Care democratiche e cari democratici,
desidero ringraziare tutti voi delegati e i nostri ospiti che hanno accolto l’invito ad essere presenti oggi al nostro Congresso.

Con le elezioni amministrative dello scorso giugno, che hanno segnato l’affermazione netta del centrodestra, si è chiusa definitivamente una lunga fase storica della politica genovese. È questa la consapevolezza necessaria a descrivere un percorso di ripartenza e di nuova proposta davanti al quale oggi ci poniamo.

La sconfitta di giugno ha senz’altro qualche radice in un clima internazionale dominato da spinte popiliste di destra e in particolare della crisi delle esperienze europee della sinistra socialista. Clima certamente non favorevole al nostro Partito nel suo complesso.

Le ragioni della sconfitta elettorale risiedono soprattutto in alcuni fattori locali ed endogeni alle amministrazioni genovesi, alle loro scelte politiche amministrative e quindi al nostro Partito, che di queste scelte è stato protagonista e responsabile. E così evidentemente stato percepito dall’elettorato.
Ciò che gli elettori hanno espresso a Genova a giugno è stato innanzitutto un giudizio sugli ultimi anni di governo locale, anche se già da prima si potevano trovare le tracce dell’inizio del declino di rapporto virtuoso tra noi e la città.

Sarebbe ingeneroso individuare solo negli ultimi anni le cause della sconfitta. Il ciclo che si va a chiudere infatti, è ben più lungo, e nulla va sottaciuto. La forza e le tradizioni politiche che hanno dato vita al PD reggevano le sorti di questa città fin dalla svolta degli anni novanta, anni in cui si è vista una classe dirigente crescere e affermarsi al confronto coi grandi temi sociali, economici e politici, che le comunità civiche chiedevano di affrontare.

In questo clima, è stato il centrosinistra genovese a esprimere classi dirigenti che sono state per un ventennio in grado di interpretare i bisogni della città in termini di relazioni sociali, di scelte amministrative, di politica urbanistica e infrastrutturale. Non è un caso che alla svolta del millennio il centrodestra vincente a livello nazionale, a Genova trovava un argine invalicabile, e nel 2002 la riaffermazione di Giuseppe Pericu costituiva il segnale nazionale di controtendenza che portava ai successi del 2004 alle europee e del 2005 alle regionali.

In questo senso, se è vero che non possiamo fare sconti sugli errori degli ultimi anni, dobbiamo anche avere l’orgoglio di rimandare al mittente il falso giudizio con il quale il centrodestra si è presentato in campagna elettorale, fatto dall’idea di una città in costante declino da decenni, una crisi della quale noi saremmo gli unici responsabili.

Negli anni 90 questa città è stata ricreata, ricostruita, reinventata, abbiamo rappresentato la capacità di questa città di reagire alla crisi delle partecipazioni statali, al declino dei grandi insediamenti manifatturieri e alle tensioni portuali. Lo abbiamo fatto con la difesa di tutti i siti industriale, con l’operazione dell’Acquario e più in generale del Porto Antico, con tanti altri contenitori culturali aperti, che hanno dato a questa città una vocazione ormai affermata che prima non aveva, quella turistica.

Abbiamo anche contribuito a ri-orientare il modello produttivo verso i servizi avanzati. Il centro sinistra ha sostenuto la scelta dell’IIT  a Morego, gli Erzelli, a bonificare la collina di San Biagio, dove solo trent’anni fa una raffineria produceva inquinamento. Molte infine sono state le azioni di riqualificazione urbana, a partire da un centro storico rinato, e le opere in tanti quartieri anche periferici della città.
Questo la sinistra ha fatto dagli anni ’90 fino a pochi anni fa: ha disegnato una nuova identità per la città valorizzando le sue vocazioni, passando per una colossale trasformazione produttiva e del lavoro, avvenuta certo con grandi crisi, ma tutto sommato con grande capacità di assorbire e gestire i costi sociali.
Con gli anni, tuttavia, il centro sinistra, nel frattempo riunitosi nella nostra casa comune, ha sempre più palesemente sofferto di una divaricazione crescente tra i bisogni della città e la sua capacità di trovarvi risposta. Certo, non stiamo parlando di anni qualunque, stiamo parlando soprattutto degli anni successivi al 2008, quelli in cui anche Genova ha subito gli effetti della peggior crisi economica del dopoguerra.
Come si è allentata la nostra capacità di fare da collante, da riferimento, tra diversi mondi della città, non siamo stati capaci di reinterpretare il rapporto con i corpi intermedi e le parti sociali, a partire dal Sindacato, e dii rilanciare la centralità del lavoro (o meglio dei lavori) nel nuovo contesto socio economico.
E’ vero che tutti, partiti – associazioni e sindacati – sono coinvolti nella stessa crisi di rappresentanza, ma è anche vero che anziché affrontare insieme questa fase si è preferito scendere sul terreno della competizione e di una dialettica spesso incapace di trovare le ragioni di una sintesi.
Una crisi che ha fatto venire meno non soltanto ricchezza e lavoro, ma soprattutto risorse pubbliche, disponibili sia per lo Stato che per Regione e Comune. Insomma, al fianco della crisi gli enti locali hanno visto venir meno la principale leva anti-ciclica che le classi dirigenti locali erano abituate ad usare: la spesa pubblica.
Come Partito Democratico ci siamo adagiati sul “contenimento dei danni”, senza riuscire ad utilizzare la crisi per ciò che poteva essere: la fase in cui progettare il rilancio definitivo e strutturale di questa città verso lidi nuovi ed innovativi. E’ mancato il coraggio di ammettere che una lunga fase storica di questa città era finita, che un sistema di interessi consolidati che avevano costruito una alleanza positiva per la città era rotto e non aveva più nulla da dare al futuro collettivo. Per altro, senza che nuovi soggetti collettivi pubblici e privati sembrassero e tuttora sembrino in grado di raccogliere il testimone, in un quadro generale della città ove davvero mancano punti di riferimento o quelli che una volta venivano chiamati “poteri forti”. La chiusura del ciclo non ha riguardato solo la politica: alcuni soggetti storici di questa città ne sono usciti ridimensionati, si pensi alla “banca di sistema”. Anche la demografia da molti anni, con il calo degli abitanti e l’invecchiamento, ci racconta una città radicalmente diversa da quella con cui abbiamo pensato di continuare ad avere a che fare.
E’ mancato il coraggio di aprire una grande dibattito pubblico con la città per tracciare insieme un progetto per il futuro che partisse dall’unico presupposto possibile: le rendite di posizione del ‘900 e del primo scorcio del XXI secolo dovevano, per forza, essere abbandonate da tutti. In particolare dalla politica.
In questo quadro, molto hanno pesato anche i mille distinguo che i gruppi dirigenti locali del Pd hanno posto in merito alle scelte del governo Renzi e in generale sulle politiche nazionali del partito. Non è stato affatto facile, in questi anni, progettare iniziative sul territorio a supporto delle scelte del governo ed è cresciuta quindi una diffidenza “ideologica” verso il nostro partito, non adeguatamente contrastata da un gruppo dirigente nel suo complesso freddo e scettico verso la fase politica in corso.
E’ importante ora ricollegare i gruppi dirigenti locali e le scelte di indirizzo con il quadro emerso dal congresso nazionale, con il rispetto di tutti per tutti, con la dignità di posizione e di dibattito per tutti, ma anche con posizioni chiare che andranno giudicate a tempo debito dagli elettori.
Emerge in tutta chiarezza come la qualità e il tono del dibattito interno che sceglieremo unitamente ad una gestione della comunicazione pubblica da innovare e rafforzare siano tra gli elementi a cui prestare maggiore cura.

QUALE RUOLO PER IL PD

Il PD facendo scorta della lezione impartita, deve per forza porsi in un’ottica completamente nuova nel suo modo di essere, in sostanza, nella funzione che decide di avere in città.
Dobbiamo infatti toglierci subito di dosso l’idea che abbiamo fatto bene in passato e non siamo stati capiti. E’ sicuramente anche così, perché molte cose le abbiamo sapute fare e bene. Ma bisogna girare pagina e subito. Sennò rischieremmo di fare un’opposizione volta solo a dire che quelle che abbiamo fatto prima erano scelte giuste e inevitabili ma non sono state raccontate bene. Invece molte non lo sono e non lo sono state.
Dobbiamo porci il problema di ripartire facendo tesoro degli evidenti errori del passato, errori che non coinvolgono solo qualcuno, ma tutta, dico tutta, la classe dirigente del Partito. Per ripartire non serve gettare la croce addosso a nessuno, ma comprendere gli errori e capire dove dobbiamo andare.
Desidero ringraziare chi mi ha preceduto alla guida del PD genovese, Alessandro Terrile, che con un atto di generosità, ha agevolato il percorso che inizia oggi e che in questi 4 anni ha messo al servizio della nostra comunità le sue idee, la sua competenza e la sua pazienza.

Sappiamo bene che governare è diverso da fare propaganda, per ora la linea del centrodestra al governo della città è quello di dare ragione a chiunque si presenti a protestare, non fare nulla soprattutto in prospettiva per risolvere i problemi posti, salvo dare la colpa al Governo per qualsiasi cosa. Ridiamoci appuntamento con le maggioranze al governo ai primi veri scontri tra risorse che mancano e promesse di mondi migliori.

Noi lì ci saremo e non faremo sconti. La nostra ripartenza è lì: nella nostra capacità di immaginare un futuro realizzabile per la città, per le sue vocazioni, per i servizi ai cittadini, per la vivibilità e la sicurezza.

L’avvio del centrodestra in Comune, non è molto diverso da ciò che fa da due anni la Regione, ove non si registrano significativi fatti di trasformazione e di governo, ma solo campagne comunicative, che però non evitano che i primi nodi irrisolti incomincino a venire al pettine, soprattutto agli occhi dei cittadini. Sanità in crisi, politica di sviluppo economico assente, crescita dell’indebitamento, scarso utilizzo dei fondi strutturali: sono le grandi battaglie che il nostro partito porterà tra i cittadini.
Resta scontata la sostanziale incapacità politica in città (non quella elettorale eh) del M5S, pertanto c’è una sola forza politica che possa tracciare un progetto serio per la Genova del 2030: il Partito Democratico.

Ecco il ruolo che disegniamo per il nostro partito, quello di un grande strumento civico e sociale di costruzione di un progetto per la città che i genovesi vogliono vedere tra 20 anni, la Genova pensata per le prossime generazioni.

Per farlo, il PD deve fare un profondo investimento su se stesso, rinnovando prassi (che io chiamo anche “liturgie” a partire dai luoghi che popoliamo), cultura politica e soprattutto classe dirigente. Non possiamo permetterci di ricreare un’unità fittizia: oggi serve una proposta plurale che deve essere il valore aggiunto nel dibattito politico interno. Traduzione: plurali all’interno, uniti all’esterno.
Per fare questo saranno indotte magari alcune piccole regole, che non sono la regolare modalità per agire ma servono appunto forzare questo passaggio.

Qui, il desiderio di un Segretario con un Partito dove le diverse sensibilità siano rappresentate e abbiano voce ma si trasformino in una sintesi politica il cui risultato sia solo valorizzato dal dibattito interno.

Nessuno nega che nel PD ci siano idee diverse, ma la proposta dialettica di contenuti politici non può trasformarsi nella proposta di un partito che sembra una coalizione e oltretutto mal riuscita.

Nuovi orizzonti dunque, recuperare una funzione fondamentale che abbiamo avuto nel passato, tenere insieme esigenze popolari con le progettualità delle classi dirigenti, recuperare la capacità di fare sintesi tra realtà sociali è fondamentale per far vincere il nostro progetto, quello che in tante occasioni in cui rimaniamo stupefatti dalla partecipazione ha soddisfatto il “popolo delle Primarie”.

A proposito: chi li ha più cercati quelli lì? Lo faremo noi, da domani con determinazione e massimo impegno. E' il nostro popolo, sono i nostri compagni di strada, abbiamo sbagliato a trascurarli, a non cercarli più.

GENOVA DEL LAVORO E DELLA BELLEZZA

La Genova del futuro deve svilupparsi attorno ad alcuni fattore chiave: Industria 4.0, il Porto, la ricerca e i suoi centri d’eccellenza Erzelli e IIT, l’industria pulita, l’hi-tech, ma anche il rilancio della manifattura tradizionale, senza tralasciare la valorizzazione di quello che potremo definire il fattore bellezza.

E’ centrale rimettere a fuoco una strategia per l’economia marittimo portuale, non più come corpo separato della città, ma centro vivo di prospettiva per la comunità. In questo senso serve subito un dibattito forte sulle infrastrutture legate all’economia portuale e al piano regolatore portuale. Nuova diga, Waterfront di Levante, viabilità e logistica.
Per quanto riguarda i Porti ci troviamo ad un bivio: o si svolta verso una reale autonomia finanziaria dei porti in grado di premiare gli scali più competitivi, oppure si apre un serio ragionamento sulla Zona economica speciale, come hanno proposto recentemente gli spedizionieri. Un'area logistica integrata tra i porti di Genova, Savona, il basso Piemonte e la Lombardia, dotata di adeguati incentivi fiscali per attrarre nuovi investimenti. Il principale porto d'Italia non può rimanere fuori da questa opportunità. Su questo occorre costruire un vasto fronte politico e sociale per porre questo tema nell'agenda di Governo.
La bellezza poi è il nostro fattore attrattivo, la cultura, il turismo ambientale, di nicchia per gli spazi ristretti ma popolare per l’attrattività, che possiamo attivare: dalle 5 Terre a Capo Noli.
Badate, nessun elenco progettuale di priorità amministrative. Perché pensiamo davvero che quelle priorità vadano costruite insieme a Genova. In questo senso dobbiamo avere la forza di dare vita ad una fase costituente per le nostre relazioni e i nostri progetti in città: fase che parte appunto con questo Congresso, quindi non conclusivo e non esaustivo.
Dal quale però, dentro e fuori il Partito, sono cresciute sollecitazioni che ho raccolto da realtà socio-culturali cittadine fino ai nostri 62 Circoli, da Prà a Molassana passando per le Valli.
Colgo ora l’occasione per ringraziare tutti voi delegati e la Commissione per il Congresso che avete partecipato e lavorato per realizzare questo splendido processo democratico. E naturalmente tutti coloro che hanno votato nei Circoli.
In fondo, come si dice, anche un viaggio lungo mille miglia ha bisogno di un primo passo, e oggi di questo si tratta.
Siamo però certi di alcuni punti fermi che vogliamo portare al tavolo di progetto. Il più importante riguarda la scelta, definitiva, finalmente presa, una volta e per sempre, sulla vocazione di questa città.
Allora il PD deve candidarsi ad essere la forza progettuale che a Genova afferma con grande sincerità che una fase dello sviluppo industriale per come lo abbiamo inteso è finito; che nel nostro territorio vi sono insediamenti produttivi che magari non presiedono settori particolarmente innovativi ma che evidentemente hanno saputo fare gli investimenti necessari, che producono lavoro e reddito, e che vanno sostenute; ma che vi sono altre realtà che vanno superate, in modo che nessun lavoratore resti a casa, ma nella piena consapevolezza di tutti che bisognerà pensare ad un ri-orientamento totale di produzioni, di competenze professionali, di aree.
In quest’ottica, tutto lo sviluppo della Genova del futuro non deve disperdere l'industria manifatturiera presente e guardare a quella che viene definita l’economia della conoscenza. I vantaggi di un orientamento allo sviluppo in tal senso sono evidenti. Puntare allo sviluppo economico derivante dalla conoscenza, dai saperi, vuol dire una economia più sostenibile, vuol dire una economia più ricca, perché installata nella parte alta dei processi produttivi, quelli legati alla innovazione e alla ricerca. Ma ovviamente servono investimenti. Innanzitutto nel Capitale Umano, l'investimento in sapere e nelle nuove generazioni. Ma anche nel Capitale Sociale: non esiste area di sviluppo dell'economia della conoscenza ove agli investimenti nella crescita delle persone non si affianchino investimenti per la crescita delle relazioni, per la qualità della vita. Dove crescono servizi, reti relazionali solidali, associazionismo, accoglienza, contaminazione con culture diverse germoglia una tessuto sociale migliore, indispensabile perché i "coltivatori del sapere" possano generare il loro frutto migliore: le idee innovative. Perché l'economia della conoscenza è innanzitutto economia della creatività, economia della sfida, economia di quello che ancora non si vede, ma ci sarà.
Come si vede, si tratta di una sfida che comporta la collaborazione tra soggetti diversi: la città, la sua università, le imprese i centri di ricerca etc.
A Genova non partiamo certo dall’anno 0: sulla collina di Morego da molti anni l’IIT ha tracciato la strada che deve valere per tutti, e speriamo che il decollo definitivo della collina di Erzelli non sia da meno.
Oggi parlando di Genova indichiamo un territorio metropolitano rappresentato da 67 comuni, in buona parte piccoli comuni che sempre più guardano al capoluogo e le altre istituzioni sovra-comunali nella speranza di ricevere sostegno per permettere loro di svolgere le funzioni amministrative garantendo i servizi ai cittadini.
È sulla visione di sviluppo complessivo della Città metropolitana che dobbiamo svolgere il nostro ruolo.

QUALE PD?

Il Partito Democratico deve darsi una nuova funzione, che sia anche una nuova identità. Noi vogliamo un partito aperto, plurale e democratico, che sia il principale strumento a disposizione per i genovesi per la progettazione della Genova del futuro. Ma non potrà esserlo se permarranno quelle forme di chiusura e isolamento che hanno caratterizzato la sua storia recente. Adesso è venuto il momento di organizzare il partito in funzione di questo progetto. Crediamo ad un partito forte perché ha un “centro” forte e circoli, magari meno, ma forti.
Non ci può essere un partito tutto accentrato sulle attività politiche della federazione territoriale.
Allora crediamo ad un partito che al centro sappia costruire una progetto di sintesi, collettivo e condiviso, e che dia l’indirizzo politico generale, e un partito le cui realtà territoriali, rivitalizzate nella funzione, e messe nelle condizioni concrete di operare, magari anche con qualche accorpamento se necessario, possano essere i primi luoghi di ascolto e dialogo con i cittadini.
Luoghi aperti per l’elaborazione di progetti comuni, luoghi ove farsi contaminare da associazioni, gruppi territoriali, competenze diffuse, per costruire per quel territorio e per la città intera i segmenti di un progetto generale.
Se ci accorgeremo che così non sarà allora varrà la pena fare a meno di certi luoghi.
Un partito che sappia fare della partecipazione, e della coerenza politica che questa proposta comporta, la sua cifra identitaria. Così da riportare al centro del suo dibattito i cittadini, i loro bisogni, i loro progetti, soprattutto se quelli dei più giovani, quei millenials che adesso sembrano i più lontani dall’entrare in contatto con noi, e che invece rappresentano il futuro della nostra città.
Le scarse risorse sono ovviamente un problema da affrontare con un nuovo modello organizzativo e di funzioni. Ma cerchiamo di vedere le nostre ristrettezze anche come l’opportunità di un nuovo inizio, dove parsimonia, generosità, volontariato e ingegno siano le basi del nostro rilancio. Non sarà facile.

Affrontiamo questo Congresso con una sensibilità inclusiva. Sapendo che nel PD di Genova di oggi tutti devono dare una mano, la chiedo con umiltà a chi vorrà seguirci in questo percorso, e non ci possiamo permettere di rinunciare al contributo di nessuno: iscritti, popolo delle primarie, elettori, con chi ci starà a cambiare insieme, avremo porte aperte e steccati abbattuti. A tutti gli altri diciamo che il tempo è scaduto.

Qualche giorno fa mi è capitato di sentire quella che probabilmente è la più bella canzone di Lucio Battisti: le cose che pensano.

Merito della musica certo, ma merito, credo, soprattutto delle parole scritte da quel grande poeta popolare che è Pasquale Panella.

Ad un certo punto la canzone dice, molti penso lo ricorderanno:
“La prima volta che
/ti vidi non guardai/
da allora non t’amai”.

Ecco, vorrei prendere spunto da questi versi bellissimi ed evocativi per avviarmi alla conclusione: c’è una profonda differenza tra “vedere” e “guardare” e questo credo non valga solo per la nostra vita personale, ma pure per la politica che tanto ci appassiona.

Bene, io credo che le donne e gli uomini del Partito Democratico debbano smettere di vedersi e incominciare a guardarsi nella misura in cui guardare l’altro vuol dire anche provare a capirlo e ascoltare ciò che ha da dire, unica via per creare prima di tutto al nostro interno una vera comunità non immaginaria ma immaginata, ovvero che ci portiamo dentro sempre, con spirito di appartenenza profonda.

E lo stesso vale ancor di più per la città e il territorio che ambiamo rappresentare nelle sue componenti migliori: non possiamo cioè limitarci a vedere Genova e le sue Valli naturalmente, ma dobbiamo guardarli.

Guardare una città dunque significa prima di tutto ascoltarla per poterlo capire, significa andare a fondo ai problemi senza cullarsi in fantasie di soluzioni magiche.

Guardare una città, un territorio significa avere a cuore la sua sorte e provare a disegnare delle proposte concrete perché tale sorte sia positiva.

Guardare una città, un territorio significa soprattutto essere guardarti e giudicati per ciò che sapremo e dovremo fare per riprendere quel cammino di governo che ci compete, se sapremo fare proposte politiche vere per il bene comune, in nome dei nostri ideali che son alla base della nostra militanza.

Sono qui a guardarvi negli occhi per trovare, insieme, nuove energie, nuovi stimoli, nuovi modelli di politica, nuovi obiettivi da raggiungere.

Grazie.