Abbiamo finalmente avuto modo di leggere il testo del Decreto Genova, non ancora promulgato dal presidente della Repubblica, ma bollinato dalla Ragioneria dello Stato.
Avremmo preferito non vederlo. È il decreto del nulla: 44 lunghi giorni di gestazione per partorire un topolino moribondo.
Rispetto alle precedenti versioni che sono girate tutte le poste sono peggiorate.
Meno soldi per il trasporto pubblico locale, meno soldi per l’autotrasporto, meno soldi per la Zona franca. E per il porto una misera mancia da 13 milioni di euro che non può che suscitare irritazione. Non vi è traccia di misure a sostegno e per il rilancio dell’economia genovese e il suo porto, che è il primo scalo d’Italia. C’è, a stento, la riparazione dei danni subiti. Non c’è la cassa in deroga per la piccola e media impresa commerciale e artigianale. Niente sesto lotto del Terzo Valico, con buona pace del viceministro Rixi che, a questo punto, dovrebbe dimettersi. C’è una sola certezza: il ponte lo paga subito lo Stato, le autostrade si vedrà. Davvero niente male per i giustizieri dei poteri forti.
In totale, in due anni, per l’emergenza Genova, lo Stato ci metterà circa 250 milioni di euro, la metà di quello che i precedenti governi di centrosinistra avevano stanziato per la messa in sicurezza idrogeologica della Valbisagno. Peccato che Genova, dopo il crollo del ponte Morandi, viva una situazione drammatica e che secondo autorevoli analisti, il prossimo anno, la città perderà il 15% del Pil, all’incirca 5 miliardi di euro.

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